recensione di “il cerchio magico nella stanza dell’analista”

Cosa ci fa un Mandala vicino al lettino dell’analista? E i pastelli a cera, o i pennarelli? Disegnare un Mandala è un atto che stabilisce un punto fermo a cui può ancorarsi l’anima addolorata, perché richiede necessariamente di dedicarsi un tempo/spazio totalmente libero da ogni impegno. Compiere un’azione di disinteressata creatività permette di comunicare con sé stessi, attivando contemporaneamente sia un livello conscio sia uno inconscio di attenzione. Il Mandala, utilizzato nel percorso di iniziazione dei monaci buddhisti, è un cerchio variamente colorato che esprime la personalità di chi lo traccia. Il vocabolario cromatico delle emozioni ivi espresse libera l’interiorità dell’autore e suscita reazioni emotive in chi osserva. Il Mandala può aiutare nella cura dell’interiorità, giacché i colori e i tratti sono feritoie di luce da cui si intravedono le ferite dell’io. A guardare i Mandala può essere uno psicoterapeuta, come Monica Morganti, che ha sperimentato il connubio fecondo tra psicologia analitica e buddhismo tibetano, sapienza occidentale e saggezza orientale. Nel cerchio colorato è abbracciato un sapere universale che induce alla meditazione, la quale è concentrazione, consapevolezza, visione profonda. A far conoscere l’uso dei Mandala nella pratica psicanalitica è stato Jung: «il Mandala corrisponde all’andatura microcosmica dell’anima, che porta sempre a un solo punto, il centro. Non si può andare al di là del centro, esso esprime tutte le vie; è la meta e tutto vi si dirige». Il classico colloquio psicanalitico può dunque arricchirsi -così dice la Morganti, psicanalista junghiana transpersonale- col gesto del Mandala, che, dopo essere stato disegnato, viene narrato, come un sogno freudiano, e successivamente ricondotto ad archetipi collettivi junghiani. Un Mandala può essere rinarrato in...