Gabriella D’Alesio, giugno 2004

Ad una domanda circa la centralità della persona umana rivoltagli da un interlocutore occidentale nel corso di una intervista, il Dalai Lama risponde che ciascun individuo è il centro del Cosmo. Ciascuno con la propria dimensione.
Essere al centro dell’Universo riguarda la consapevolezza dell’individuo nel suo percorso di osservazione e conoscenza di sè.Ma direttamente è connesso con il rispetto della dimensione di altri individui, anch’essi centri dell’Universo.I lavori artistici ispirati al mandala che Monica Morganti realizza quale supporto del proprio lavoro terapeutico ripercorrono questo sentiero.Sappiamo, e Monica direttamente ne parla nel suo testo “Il Fuoco della Rabbia”, quale sia il significato di costruzione rituale e sacrale del mandale nell’ambito della spiritualità e del pensiero buddhista.In senso lato qualsiasi lavoro artistico è costruzione rituale di un proprio mondo.La visione interiore è alla base del valore dell’arte ma questo ha a che vedere, principalmente nell’arte occidentale con quel misto di furore e follia che aleggia intorno alla figura dell’artista.

L’opera d’arte è spesso frutto di una catarsi che può attraversare e trasformare le passioni dell’artista per dare “volto” ai suoi fantasmi.

Vi è una sorta di “mostro” che spinge per uscire fuori. Ed è il mostro, mi diceva un amico artista alcuni anni fa, che ti preme dentro. Anche se di esso, ad opera finita, non vi è traccia (…).Veniamo quindi ai mandala di Monica e alle riflessioni che in esse si possono specchiare.In quasi tutti il centro è una zona uniforme, colorata o no. Sia esso un punto che può coincidere con il centro di un fiore o dell’inizio di una spirale o dell’esplosione di un sole.L’attenzione si focalizza sul centro che si allarga in progressione. Ad un ritmo in cui ad ogni cerchio può corrispondere non solo un colore, ma forme che si intrecciano tra di loro nel gioco di figura/sfondo o nella progressione di un ca-lendoscopio.

Che si restringe e si riallarga, ogni volta manifestandosi in modo diverso.

Ma qual’è la qualità delle forme? Il cambiamento, la mutazione, il traslare l’una nell’altra. è un fattore forse oggettivo visto che queste sono rigorosamente costruzioni pittoriche quasi tutte strettamente simmetriche? O è un discorso che ci ribalta la questione dal percepito a colui che percepisce. E se si identificassero?Mettere a fuoco questo passaggio sposta la questione all’iter spirituale da cui il senso dei mandala scaturisce. E a quello di Monica in principal modo.I simboli che vi sono rappresentati evocano non solo graficamente il senso di altre lingue, alfabeti su cui si instaurano percorsi spirituali che hanno in comune la non dualità di percipiente e percepito. Da quello Hindi in cui Brahma è unione di purusha e shakti, energia maschile e femminile di cui il gioco co-smico e mahia, illusione, a quello tibetano in cui alcune lettere come la A so-no veicolo della trasmissione diretta tra maestro e discepolo.All’origine vi è quindi la potenza del suono, di energie veicolate in un conti-nuo fluire.In altri vi sono rappresentati il trigramma dei Ching e del pensiero taoista in cui la via è il tao e i mille rivoli in cui si manifesta.

Noi certamente siamo storicamente e culturalmente lontani da tutto ciò. I nostri singoli io – non dimentichiamo che Monica è una psicoterapeuta – hanno a che vedere con il problema di una scissione profonda, quella tra mente e cor-po di cui il pensiero dualista è veicolo.è uno stato simbolico del nostro essere storicamente e culturalmente determinato.Ma l’arte per l’occidente è anche terapia, anche se stupendamente sublimata in tutto il suo iter storico siano a riconfermare le sue forme archetipe, bagaglio profondo ed unico del genere umano.

Mostra: Personale Galleria Sala Uno – Roma