Intervista di paola molteni a monica morganti: nel nome del padre

Presente. Assente, normativo, idealizzato: dimmi che papà hai e ti dirò chi sei. Dietro ogni donna, alla base di ogni sua scelta, specie se amorosa, c’è sempre “lui”.

Vanity Fair, 25 marzo 2009

Un uomo e una donna si ritrovano sulla riva di un lago. Sono passati molti anni e insieme fanno il bilancio della loro straordinaria relazione. Lei prende coscienza degli scambi che le sono mancati e dell’amore che si aspettava. Lui scopre all’improvviso tutti i suoi errori, non avendo capito prima quello che lei aveva sempre desiderato. Sono le scene indimenticabili del film Sul lago dorato in cui Henry e Jane Fonda interpretano rispettivamente i ruoli di padre e figlia che riscoprono se stessi e il loro amore.

Ma davvero padri e figlie hanno bisogno, come i due protagonisti, di tutta una vita per incontrarsi? E noi donne, sappiamo riconoscere che il nostro primo vero amore è stato proprio quell’uomo che ci ha generate? Che ci ha stretto in quel legame che segna il nostro destino affettivo ancora oggi, mentre stiamo al caldo di un rapporto sicuro o quando ancora ci chiediamo: perchè mi innamoro sempre di uomini sbagliati? A suggerircelo sono sempre più studi e teorie: è la figura paterna a stampare l’imprinting alla relazioni che intrecceremo con tutti gli uomini della nostra vita: maestri e professori, fidanzati e mariti, amici, colleghi e capi.

Il nostro maschile interno

E non solo. è sempre quella prima storia affettiva che dobbiamo rileggere se vogliamo capire le ragioni degli insuccessi sul lavoro, le lacune del nostro rapporto con il denaro e in definitiva l’intera gestione del mondo esterno. “Perchè il padre, il nostro primo oggetto d’amore, è anche il nostro Animus, il nostro “maschile interno” cioè il modello su cui tutte, sebbene inconsciamente, abbiamo costruito i rapporti con i nostri partner”, spiega Monica Morganti, psicoterapeuta e autrice del libro Figlie di padri scomodi. “Con l’esempio di quel primo rapporto, infatti, tendiamo, senza rendercene conto, a creare e distruggere le relazioni sentimentali come quelle professionali e materiali, seguendo meccanismi inconsci e automatici”. Dimmi che padre hai e ti dirò che donna sei, potremmo dire. Se è vero che “il fattore padre” stabilisce anche l’autostima che ognuna maturerà verso se stessa per tutta la vita, comprese le ideologie e i rapporti sociali.

Nel papà le radici degli amori

“E soprattutto il rapporto con il padre determina la nostra scelta, inconscia, di un certo modello di uomo come quello più adatto a noi e il tipo di relazione in cui ci riconosciamo” precisa la psicologa che individua i principali “schemi”di rapporto padre-figlia. I “padri buoni sono quelli presenti: ci aiutano a contenere le emozioni e si dimostrano affidabili, ma sanno anche imporre il senso dell’eticità, di ciò che è giusto e sbagliato. Con loro maturano figlie che sviluppano un modello di uomo positivo ma realistico e un rapporto d’amore dialettico e costruttivo. I padri assenti sono quelli distanti perchè troppo impegnati professionalmente e a volte sono anche invischiati in relazioni extraconiugali. Le figlie diventano adulte pensando: “Se mio padre non mi è stato accanto è perchè non me lo meritavo”. E quasi sempre vivono all’insegna di una competitività esasperata sul lavoro e di rapporti d’amore sadici e svalutativi vissuti spesso con uomini di altre. Dai padri normativi crescono “donne bambine” che si negano un ruolo materno nella vita e cercano compagni-padri ai quali “sottomettersi” evitando anche conflitti costruttivi. E non dimentichiamo che esiste anche il padre buono, quello idealizzato, con il quale nessun uomo riuscirà mai a competere e perciò le figlie facilmente vanno incontro a rapporti sentimentali molto difficili o addirittura fallimentari”.

Il “riscatto”

Schive e fragili o, per reazione, esibizioniste, ipercritiche e aggressive. Ma anche fiduciose, espansive, aperte, comunicative e spontanee. Dietro ogni donna c’è sempre un padre che, soprattutto a partire dall’adolescenza, diventa cruciale nel fissare identità e comportamenti femminili. “Ecco perchè è importante che ogni donna faccia i conti con il suo “Animus”, riconosca cioè le parti “buone” di quel maschile che le appartiene fin dalla nascita e su quelle provi a costruire il difficile equilibrio delle emozioni che la guideranno verso nuovi amori e scelte adulte di benessere. Riconoscimento spesso faticoso e doloroso” – evidenzia la psicologa – “come riscontro nei laboratori che conduco per aiutare le donne ad analizzare il rapporto con il mondo maschile. Ma è uno sforzo costruttivo” conclude l’autrice, “per renderci conto, una volta per tutte, che noi non siamo il nostro danno passato e che possiamo trasformare il danno in dono per poter vivere al meglio il nostro presente”.